Intervista al professor Daniele Trabucco: il valore del diritto nella formazione dei mediatori linguistici
Chiediamo al prof. Daniele Trabucco, professore strutturato di Diritto costituzionale, Diritto pubblico comparato e Diritto dell’Unione Europea presso la SSML dell’Istituto di grado universitario “San Domenico” di Roma / Polo territoriale Unidolomiti di Belluno, dove insegna nel Corso di Laurea in Scienze della mediazione linguistica, di aiutarci a comprendere perché le discipline giuridiche siano decisive nella formazione di traduttori, interpreti e mediatori linguistici, e quale sia la loro posta in gioco più profonda.
Professore, perché in un corso di laurea in Scienze della mediazione linguistica è importante studiare Diritto costituzionale e Diritto pubblico?
Perché la mediazione linguistica, quando tocca il diritto, non può limitarsi a trasferire regole: deve custodire significati che incidono sulla vita delle persone. Dietro le parole giuridiche non c’è soltanto un apparato tecnico; c’è un’idea di ciò che è dovuto a ciascuno, di ciò che non può essere negato, di ciò che deve essere garantito anche quando la forza, l’interesse o l’efficienza spingerebbero altrove.
È vero: molte strutture e istituzioni che oggi studiamo sono figli della modernità e portano con sé un’impronta storica precisa. Tuttavia, proprio per questo, lo studio del diritto costituzionale e pubblico serve a distinguere il contingente dal necessario: ciò che è forma storica da ciò che è esigenza permanente della convivenza. Le istituzioni cambiano, i modelli di Stato si trasformano, ma rimane costante l’esigenza di porre limiti al potere e di riconoscere una sfera di indisponibilità che nessuna maggioranza dovrebbe trattare come materia plasmabile a piacimento.
Per un mediatore linguistico questo è decisivo: egli opera spesso là dove qualcuno è più vulnerabile, meno informato, meno capace di far valere ragioni e diritti. In quel punto la traduzione non è neutra: può diventare strumento di chiarimento e tutela, oppure può – anche involontariamente – contribuire a una perdita di garanzie. Studiare queste discipline significa capire che il diritto non è anzitutto una tecnica del comando, ma una misura razionale della convivenza, orientata a proteggere ciò che precede lo Stato e non nasce da esso.
Nel suo insegnamento, quale legame vede tra diritto e lingua, soprattutto per traduttori e interpreti?
Il legame è profondo, perché la lingua non è solo veicolo del diritto: è il luogo in cui il diritto si rende intelligibile, e quindi anche giudicabile. Una norma non opera soltanto perché è emanata; opera perché viene compresa, applicata e riconosciuta come ragionevole. La traduzione, allora, non trasporta semplicemente parole: trasporta la capacità stessa di riconoscere ciò che è dovuto e ciò che è illecito. Qui emerge un punto delicato: il diritto moderno ha spesso la tentazione di ridursi a produzione di testi, a ingegneria normativa, a gestione procedurale. Ma chi lavora con le lingue vede subito il limite di questa visione: se una parola giuridica perde il suo riferimento alla realtà umana, diventa un guscio. E un guscio può essere riempito di qualunque contenuto, persino di contenuti contrari alla giustizia. Per questo insisto sul fatto che la precisione linguistica è anche precisione morale e razionale: certe parole hanno un “peso” che non dipende soltanto dal legislatore. “Persona”, “dignità”, “responsabilità”, “famiglia”, “bene comune”, “uguaglianza”: se le traduco come fossero formule elastiche, tradisco il loro nucleo. Il buon interprete è colui che, pur restando nel suo ruolo, capisce che il linguaggio giuridico deve rimanere ancorato a un ordine di significati che non può essere dissolto in puro consenso o in pura utilità.
Guardando al Diritto dell’Unione Europea, quali competenze specifiche offre a chi si prepara alla mediazione linguistica?
Il diritto dell’Unione Europea è un laboratorio interessante proprio perché mostra, con grande evidenza, la forza e insieme la fragilità del diritto moderno. Da un lato, esso costruisce un sistema complesso, multilivello, plurilingue, che pretende coerenza e uniformità; dall’altro lato, lo espone a una tentazione costante: far coincidere la legittimità con la funzionalità, la giustizia con l’efficienza del mercato o con la tenuta dell’assetto istituzionale.
Per lo studente di mediazione linguistica, studiarlo significa imparare almeno tre cose.
La prima: che il plurilinguismo non è folklore, ma è un modo in cui la ragione giuridica prova a non schiacciarsi su un unico lessico dominante. Il confronto tra versioni linguistiche può impedire che un concetto venga manipolato o ridotto.
La seconda: che molte categorie europee – proporzionalità, non discriminazione, tutela effettiva, bilanciamento – sono potenti strumenti, ma richiedono un criterio di fondo. Senza un criterio sostanziale, diventano tecniche che possono giustificare tutto e il contrario di tutto. Il mediatore che conosce queste categorie capisce quando un termine ha un valore “strutturale” e quando, invece, è usato come etichetta per coprire scelte già decise.
La terza: che l’Europa, proprio perché è costruzione moderna, vive del rischio della astrazione. Perciò, chi traduce e interpreta in questo ambito deve avere una sensibilità particolare: ricondurre il linguaggio delle istituzioni e dei regolamenti alla sua posta concreta, cioè alla vita dei popoli, delle comunità, delle persone. È lì che il diritto si misura: non nell’autosufficienza del sistema, ma nella sua capacità di non violare ciò che è essenziale.
Che cosa si sente di consigliare a uno studente che vuole diventare mediatore linguistico e magari pensa che il diritto sia “troppo tecnico” e lontano dal suo percorso?
Gli direi: il diritto è tecnico solo in superficie; in profondità è una questione di giustizia. E la giustizia non è un sentimento vago: è il riconoscimento che esistono cose che non possono essere trattate come meri strumenti. La modernità ha prodotto istituzioni, procedure, codici; ma la domanda decisiva viene prima: che cosa è giusto fare dell’uomo? Che cosa è dovuto a chi è debole, straniero, non integrato linguisticamente, esposto all’arbitrio?
Il mediatore linguistico è spesso presente proprio quando una persona rischia di essere ridotta a caso, pratica, numero, fascicolo. In quel punto, la competenza giuridica non serve per “fare il giurista”, ma per impedire che la parola diventi un mezzo di esclusione. Comprendere il lessico delle garanzie, dei procedimenti, dei diritti significa custodire la possibilità stessa di essere ascoltati e compresi.
E aggiungerei una cosa: studiare diritto, per un mediatore, è anche imparare a vedere che non tutto ciò che è legale è necessariamente giusto, e che non tutto ciò che è scritto esaurisce ciò che è dovuto. Le istituzioni moderne sono strumenti: possono servire alla tutela o alla compressione. La formazione giuridica, allora, è un esercizio di discernimento: mantenere la fedeltà al testo senza perdere la fedeltà alla realtà umana che quel testo dovrebbe servire.
















