Parole che costruiscono fiducia: la visione di Marianna Porcaro
Marianna Porcaro è una giornalista, content writer e autrice italiana, nota principalmente per le sue collaborazioni con Il Giornale OFF, dove cura approfondimenti e interviste.
È ideatrice del podcast Nessuno mi può giudicare, un progetto in cui esplora il tema dell’ascolto e dell’incontro con l’altro come forma di riconoscimento reciproco.
Da poco ha iniziato una collaborazione con Unidolomiti, proponendo il corso di Alta Formazione “Scrivere per Connettere”, che ha inaugurato la nuova masterclass “Docenti di Impatto”.
Da dove nasce l’idea di un corso come Scrivere per Connettere e quale bisogno intercetta oggi, in un tempo in cui comunichiamo moltissimo ma spesso fatichiamo a creare una relazione autentica attraverso le parole?
L’idea di Scrivere per Connettere nasce da una constatazione che, nel tempo, è diventata sempre più evidente nel mio lavoro, oggi scriviamo moltissimo, forse più di quanto sia mai accaduto prima, ma non sempre questa abbondanza di parole genera una reale possibilità di incontro. Produciamo contenuti, pubblichiamo post, inviamo mail, costruiamo newsletter, presentazioni, messaggi, caption, testi aziendali, ma la scrittura rischia di diventare una forma di presenza performativa, un modo per dichiarare qualcosa, senza però riuscire davvero a creare uno spazio di riconoscimento con chi legge.
Il corso nasce proprio da questo bisogno: restituire alla scrittura una funzione più relazionale. Non mi interessava costruire un percorso che insegnasse semplicemente a scrivere “meglio”, perché questa espressione, da sola, può voler dire tutto e niente. Mi interessava piuttosto creare uno spazio in cui interrogarsi su che cosa accade quando una parola arriva all’altro, su quale immagine costruisce, quale fiducia genera, quale distanza produce, quale possibilità di pensiero apre.
Scrivere per Connettere intercetta, secondo me, un bisogno molto attuale: uscire dall’automatismo comunicativo. Imparare a non usare le parole solo per riempire uno spazio, ma per abitarlo. Oggi non basta più comunicare. È necessario comprendere se ciò che comunichiamo riesce davvero a generare senso, a costruire una relazione meno superficiale tra chi scrive e chi riceve.
Nel titolo del corso compare una parola centrale: “connettere”. Che cosa significa, per te, scrivere per connettere, e in che modo la scrittura può diventare uno spazio di riconoscimento tra chi scrive e chi legge?
Ogni volta che scegliamo una parola, un tono, un ritmo, un’immagine, una struttura, stiamo decidendo che tipo di relazione vogliamo costruire con chi ci leggerà. La scrittura può diventare uno spazio di riconoscimento quando prova a costruire un ponte tra interiorità, contesti e immaginari. Questo vale nella scrittura personale, ma anche nella comunicazione professionale e aziendale. Una parola scelta con cura può far sentire una persona vista, una parola generica può farla sentire esclusa. Un tono coerente può generare fiducia, un tono sbagliato può produrre distanza, anche quando il contenuto è corretto. La connessione, per come la intendo io, è il punto più alto della scrittura, il momento in cui una parola diventa relazione.
In un contesto dominato dalla velocità, dai social e da una produzione continua di contenuti, perché secondo te diventa così importante educare alla qualità, alla responsabilità e alla consapevolezza della parola?
Perché la velocità, se non viene accompagnata dalla consapevolezza, rischia di impoverire profondamente il nostro rapporto con le parole. Viviamo in un tempo in cui la scrittura è diventata continua, immediata, esposta, spesso reattiva. Scriviamo per rispondere, per esserci, per posizionarci, per non scomparire dal flusso. Ma poche volte ci fermiamo a chiederci quale effetto stanno producendo le parole che mettiamo nel mondo.
Educare alla qualità della parola, prima di tutto, aiuta a recuperare attenzione, coerenza tra ciò che vogliamo dire, il modo in cui lo diciamo e l’effetto che desideriamo generare.
Le parole possono curare, chiarire, orientare, accompagnare, ma possono anche semplificare troppo, ferire, escludere, manipolare, svuotare. Una comunicazione più consapevole non riguarda soltanto i comunicatori o i copywriter; riguarda chiunque usi le parole per creare fiducia.
Nei social, in particolare, il rischio è quello di confondere la visibilità con la presenza, la pubblicazione con la relazione, la frase efficace con il pensiero autentico. Educare alla consapevolezza della parola significa invece imparare a distinguere ciò che appare ben scritto da ciò che è veramente necessario.
Quali sono gli obiettivi principali del corso di alta formazione Scrivere per Connettere promosso da Unidolomiti, e quali competenze desideri far maturare nei partecipanti?
L’obiettivo principale del corso è accompagnare i corsisti a sviluppare una scrittura più consapevole, riconoscibile e intenzionale. Non lavoriamo soltanto sulla correttezza formale o sulla produzione di contenuti, ma sulla capacità di comprendere quale relazione un testo costruisce con chi lo legge.
Mi interessa che i partecipanti imparino a leggere un testo non solo chiedendosi se sia bello, chiaro o efficace, ma domandandosi: che cosa sta generando? Quale tono sta usando? Quale lettore immagina? Quale identità comunica? Quale promessa implicita contiene? Quale spazio apre nella mente e nella sensibilità di chi lo riceve?
Tra le competenze che desidero far maturare c’è sicuramente la capacità di lavorare sul tono di voce, come espressione concreta di un’identità. Poi c’è il lavoro sulla struttura del testo, sul ritmo, sulla scelta lessicale, sulla costruzione dell’incipit, sulla capacità di trasformare un’esperienza o un’idea in un contenuto capace di generare senso. Un’altra competenza fondamentale è la riscrittura. Spesso ci affezioniamo alla prima forma di un pensiero, ma la scrittura nasce davvero quando impariamo a spostare, togliere, precisare, cambiare registro, cercare la parola più giusta, non necessariamente la più bella. Per questo nel corso lavoriamo anche sugli esercizi di stile, sulla possibilità di raccontare la stessa scena in modi diversi, comprendendo come ogni variazione modifichi la percezione del lettore. Vorrei che i partecipanti uscissero dal percorso con una maggiore padronanza tecnica, certo, ma soprattutto con una domanda nuova: “in quale forma questo pensiero può davvero incontrare qualcuno?”.
A chi si rivolge questo percorso e quale trasformazione, non solo tecnica ma anche comunicativa e identitaria, può generare in chi partecipa?
Il corso si rivolge a tutte le persone che, per lavoro o per vocazione, usano la scrittura come strumento di relazione, posizionamento, racconto e costruzione di senso. Penso ai professionisti della comunicazione, ai content creator, ai copywriter, agli HR, ai formatori, ai consulenti, agli imprenditori, ma anche a chi sente il bisogno di rendere la propria voce più riconoscibile.
Non è un corso pensato soltanto per chi “scrive già bene”. Anzi, credo che possa essere particolarmente utile a chi percepisce che le proprie parole non riescono ancora a restituire pienamente il valore del proprio lavoro.
La trasformazione che il percorso può generare non è soltanto tecnica. Certamente si lavora su strumenti, esercizi, strutture, tono di voce, stile, revisione. Ma, a un livello più profondo, il corso invita a interrogarsi sul proprio modo di stare nella parola. In questo senso la scrittura diventa anche un lavoro identitario.
Ogni testo, anche il più professionale, dice qualcosa di noi, del nostro modo di pensare, di osservare, di dare valore alle cose, di rivolgerci agli altri. La trasformazione più importante è passare da una scrittura che cerca solo di funzionare a una scrittura che sa anche interrogarsi, scegliere, posizionarsi e connettere.
Che cosa significa per te, come docente, condurre un corso dedicato alla scrittura come forma di presenza, relazione e responsabilità?
Condurre questo corso è un modo di mettere insieme molte dimensioni che attraversano da sempre il mio lavoro e la mia ricerca personale: la comunicazione, la scrittura, l’ascolto, l’identità, la cultura, il mondo del lavoro, le relazioni, il bisogno di dare forma a ciò che spesso resta disperso, confuso, frammentato, ancora privo di una struttura capace di renderlo comunicabile.
Non considero la scrittura soltanto una competenza tecnica, né un esercizio di stile fine a sé stesso. La considero, prima di tutto, una forma di presenza. Scrivere, vuol dire comprendere da quale luogo interiore, professionale e relazionale stiamo parlando, quale immagine di noi consegniamo a chi legge, quale spazio apriamo, quale distanza creiamo, quale possibilità di riconoscimento generiamo.
Insegnare la scrittura coincide soprattutto con la possibilità di costruire uno spazio in cui le persone possano guardare più da vicino il proprio modo di pensare. Perché prima ancora di scrivere, noi organizziamo il mondo. Decidiamo che cosa vedere, che cosa lasciare sullo sfondo, che cosa nominare, che cosa evitare, quale dettaglio trattenere, quale tono assumere, quale lettore immaginare.
Mi interessa accompagnare i partecipanti dentro questa consapevolezza: la scrittura non è mai neutra. Il modo in cui scriviamo dice molto del modo in cui guardiamo il mondo, ascoltiamo gli altri, costruiamo fiducia, ci facciamo comprendere, scegliamo di esserci. Una parola può semplificare o aprire complessità, può chiudere una relazione o renderla possibile, può ridurre l’altro a destinatario passivo oppure riconoscerlo come interlocutore vivo, capace di pensiero, sensibilità e risonanza.
Per questo, durante il corso, non lavoreremo soltanto sulla forma esteriore dei testi, ma sulla loro intenzione profonda: sul tono di voce, sul ritmo, sulla scelta lessicale, sulla capacità di costruire un incipit, di sostenere un pensiero, di dare corpo a una visione, di trasformare un’esperienza in un contenuto capace di lasciare traccia.
Condurre questo percorso, vuol dire creare un luogo di esercizio e di ascolto, in cui la scrittura possa essere osservata come pratica di presenza, responsabilità e connessione.
















