Accordo UE-Mercosur e agricoltura montana: parla Dorfmann
Onorevole Dorfmann, lei ha definito l’accordo UE-Mercosur “strategico” in una fase in cui gli Stati Uniti sembrano meno affidabili come partner. Come può l’Europa conciliare l’apertura a nuovi mercati globali con la tutela concreta delle produzioni agricole alpine e delle piccole aziende di montagna, che rischiano di subire la concorrenza di standard produttivi molto diversi?
Chiaramente la tutela delle produzioni europee e dei suoi standard è per noi sempre stata una priorità: anche in Parlamento europeo infatti eravamo tutti consapevoli del fatto che l’accordo Mercosur potesse avere il potenziale per essere un problema serio per l’agricoltura europea e proprio per questo abbiamo inserito delle clausole di salvaguardia che entreranno in vigore se dovessimo registrare – mi auguro di no – potenziali perturbazioni di mercato.
Per quanto riguarda in particolare l’agricoltura di montagna, invece, io sinceramente non vedo un grande problema legato all’accordo Mercosur perché i settori più critici non sono quelli delle produzioni di montagna: si tratta di zucchero, di bioetanolo, delle grandi commodity; settori non direttamente in contrasto con l’agricoltura di montagna, che deve sempre contraddistinguersi per una produzione di alta qualità e che non sarà mai concorrenziale con i grandi produttori, né europei né internazionali.
In questo contesto geopolitico segnato da tensioni commerciali, crisi energetiche e nuove sfide sulla sicurezza, molti osservatori sostengono che il 2026 rappresenti un bivio per l’Unione Europea: più integrazione politica oppure rischio di declino produttivo? Lei ritiene che l’UE debba evolversi verso una vera autonomia strategica e politica federale? E quale ruolo possono avere le regioni montane e di confine in questo nuovo equilibrio europeo?
Di questa necessità sono convinto da tempo, non solo da quando subiamo queste crisi, ma oggi è ancora più evidente rispetto agli scorsi anni. In un contesto dove da tempo tre potenze globali come la Russia, la Cina e gli Stati Uniti d’America lottano per la supremazia a livello globale, l’Unione Europea rischia di rimanere perdente se non agisce unita e con forza. Questo vale soprattutto per le grandi tematiche dei nostri tempi: la politica energetica, la sicurezza, l’autonomia strategica su alcune produzioni, compresa l’agricoltura. Penso che in questo scenario la montagna possa giocare il suo ruolo, ad esempio nell’energia, dove la montagna ha già oggi un ruolo determinante per la produzione energetica e lo avrà ancora di più nello stoccaggio di energia e con gli impianti idroelettrici. Per fortuna, molto è già stato fatto: se confrontiamo lo shock energetico che stiamo affrontando ora rispetto a quanto successo dopo l’aggressione russa verso l’Ucraina, vediamo che gli effetti sono molto più limitati.
La crisi energetica aggravata dalle tensioni in Medio Oriente sta colpendo famiglie e imprese europee. Dal suo punto di vista, quali misure dovrebbe adottare Bruxelles per garantire sicurezza energetica e competitività senza penalizzare i territori montani, dove i costi energetici e infrastrutturali sono spesso più elevati rispetto alle aree urbane?
Oggi l’Unione Europea produce quasi il 50% dell’energia “in casa” e deve comprare solo l’altra metà. Cinque anni fa eravamo messi ancora molto peggio e in questi mesi abbiamo visto anche che chi è più autosufficiente, soprattutto per quanto riguarda la corrente elettrica, lo è perché ha energia rinnovabile e nucleare a prezzi molto più stabili rispetto a chi deve utilizzare gas e petrolio importato da altri Paesi. C’è qualcuno che dice che il gas a basso prezzo ci serve per contenere il prezzo della corrente elettrica: basta vedere l’andamento dei prezzi in questi giorni per capire che non è così. La montagna è un grande produttore di energia e quindi deve gestire questo suo ruolo oggi ancora più importante, perché l’energia idroelettrica è una delle grandi forze che ha e che deve saper sfruttare al meglio.
E.C.
















