Declino demografico Belluno: intervista al prof. Cason
Come noto, l’ente Provincia di Belluno ha convocato a Sedico il 9 gennaio scorso gli “Stati generali” al fine di lasciare al nuovo Consiglio e Presidente una prima analisi dei principali problemi che le comunità dolomitiche bellunesi hanno ed alcune proposte per affrontarli. Per ottenere questo risultato ha chiesto alla CGIA di Mestre una valutazione socioeconomica nella realtà territoriale provinciale.
Prof. Diego Cason, in vista di quell’appuntamento hai fornito alcune osservazioni in merito alle priorità economiche e sociali che, secondo il tuo parere, devono essere affrontate con urgenza. In sintesi, quali sono?
Il declino demografico e la conseguente carenza di persone attive (dai 15 ai 65 anni) disponibili al lavoro; razionalizzare la struttura della pubblica amministrazione degli enti locali provinciali; consolidare gli asset economici dello sviluppo locale; cogliere l’opportunità del rinnovo delle concessioni idroelettriche; avviare una politica per il recupero degli edifici e delle abitazioni non occupate.
Questi temi li hai già in parte approfonditi su queste pagine, qual è la tua opinione su come reagire al calo delle nascite e all’invecchiamento della popolazione?
L’involuzione demografica è determinata principalmente dalla riduzione drastica e radicale delle nascite diminuite del 40% negli ultimi 20 anni e anche dalla scarsa attrattività per i flussi immigratori.
Il mutamento del costume riproduttivo è un fenomeno che riguarda tutto l’occidente e quindi, anche l’Italia e il Veneto, ma in provincia di Belluno assume caratteristiche più rilevanti che nel resto della regione dove le nascite sono diminuite del 36,3%. In Italia solo in Sardegna -46,3%, Basilicata -42,3% e Puglia -40% si trovano riduzioni altrettanto pesanti. La conseguenza diretta di questo è che il saldo naturale provinciale, costantemente negativo dal 1976 quando fu pari a -343, è stato di -1.069 nel 2024. Tale riduzione è tanto più pesante quanto più i territori di riferimento salgono di quota e scontano una distanza crescente dai centri di produzione del valore aggiunto. Per avere un termine di confronto è utile ricordare che la popolazione residente nelle province venete dal 2004 al 2025 è in media aumentata del 5% mentre nel bellunese è diminuita del 4,6% (risalta il caso di Verona dove nello stesso periodo la popolazione è cresciuta del 10%).
Considerando che in tutte le province venete dal 2004 al 2024 c’è stata una riduzione delle nascite quale elemento può giustificare la crescita della popolazione avvenuta in tutte le province tranne quelle di Belluno e Rovigo? L’unico elemento che giustifica questa crescita è il saldo migratorio interno che in Veneto, nel 2024, è stato di +5.541 e il saldo migratorio estero che è stato di +18.109. E questa forza attrattiva di giovani attivi che, in qualche modo, contrasta il calo dei residenti determinato dai saldi naturali negativi e permette di ottenere un saldo totale positivo pari a 1256 persone che, come tasso di crescita, è comunque modesto.
Se facciamo la stessa valutazione per la provincia di Belluno scopriamo che a fronte di un saldo naturale negativo di -1069 persone c’è un saldo migratorio interno pari a + 373 e un saldo migratorio estero pari a +1003 persone che determina un saldo totale di -80 persone nel 2024 si tratta chiaramente di un tasso di crescita negativo. Considerando che, in Veneto, solo le province di Padova, Verona e Vicenza hanno saldi totali o tassi di crescita positivi è evidente la necessità di modificare le politiche e le strategie di gestione dei flussi migratori poiché, anche nella migliore delle ipotesi, per ottenere di nuovo un flusso crescente di nascite e di conseguenza di nuovi attivi disponibili ad esercitare una professione sarà necessario attendere almeno 25 anni. A mio parere, questo aspetto qui è l’elemento centrale per garantire il mantenimento (ed eventualmente la crescita demografica) della comunità veneta e bellunese.
Se si traduce l’informazione grafica in numerica il risultato abbastanza chiaro è che dal 2011 al 2025 in provincia di Belluno le persone con meno di cinquant’anni di età sono diminuite di 25.472 unità. Nello stesso tempo, le persone con più di cinquant’anni sono aumentate di 12.382 unità. Se volessimo calcolare il numero di attivi in meno secondo i criteri statistici (da 15 a 64 anni) troviamo rapidamente 14.697 attivi in meno in 13 anni. Si potrebbe obiettare che non possiamo farci niente ma la statistica ci permette anche di fare delle proiezioni rispetto alla popolazione futura e sappiamo che, rimanendo le tendenze evolutive quelle attuali, nei prossimi 10 anni in provincia di Belluno mancheranno circa 6-7000 attivi. Considerando che il totale degli addetti nelle UL nei vari rami di attività economica provinciali sono al 31 dicembre 2024 76.059 non sarà indolore, per la struttura produttiva provinciale, una riduzione del 9,2%.
A questo proposito vale la pena ricordare che il numero di iscritti bellunesi all’Aire continua a crescere e allo stesso modo cresce il numero di giovani diplomati e laureati che una volta completato il proprio ciclo di studi si trasferiscono all’estero (senza registrarsi all’Aire) o in altri comuni italiani per esercitare la propria professione. Qualsiasi sia la struttura delle istituzioni che governeranno questa provincia, e chiunque sia eletto a dirigerle. dovrà adottare politiche immigratorie adeguate a compensare il previsto calo degli addetti.
Come noto, in un periodo di grandi trasformazioni la Pubblica Amministrazione si deve adeguare alle nuove esigenze e in particolare l’Ente provinciale di Belluno necessità di riavere una maggiore capacità operativa e di governo locale. Qual è il tuo pensiero nel merito?
Un insieme di provvedimenti legislativi nazionali e regionali hanno notevolmente complicato la struttura del “comando amministrativo” in provincia di Belluno, che si trova attualmente immersa in una contraddizione irrisolvibile, da un lato non esiste un ente dotato di funzioni, competenze, risorse e poteri che lo mettano in grado di esercitare una leadership territoriale riconosciuta; dall’altro tutti gli enti locali sono alla base di ogni altra infrastruttura con riferimento allo stesso territorio: Bim consorzio, gli Ato e i Consigli di bacino, la provincia, l’Uls, i due Gal, le Unioni montane hanno lo stesso organo decisionale che è l’assemblea dei Sindaci. In questo modo si è determinata un’apparente subordinazione di ogni ente sovracomunale agli unici organi eletti che sono i Sindaci. La provincia stessa e i suoi organi sono formati da sindaci (o da consiglieri delegati dai sindaci). In realtà gli stessi sindaci sono sostanzialmente privi di potere decisionale all’interno del loro territorio per questioni di bilancio, per il procedere del sistema di delega delle proprie funzioni a organi di diritto pubblico o privato e per l’affermarsi di distribuzioni di risorse su progetti e obiettivi decisi altrove. In questo modo i sindaci dovrebbero amministrare i loro comuni e prendersi cura dell’intero territorio provinciale in modo diretto (se eletti come consiglieri provinciali) o indiretto essendo parte dell’assemblea di tutti gli altri organi sovracomunali. Il risultato è che molti sindaci non partecipano alle assemblee che molto spesso deliberano con una minoranza dei presenti. Perciò questa distribuzione capillare del cosiddetto potere tra i sindaci diventa sostanzialmente un modo per delegare alla struttura amministrativa degli enti decisioni che dovrebbero essere prese da rappresentanti eletti. Quello che appare come una forma di democrazia in realtà è uno svuotamento della capacità operativa degli enti locali eletti e non eletti a suffragio universale. In questo quadro si inserisce anche l’attività regionale che non ha dato attuazione concreta all’articolo 15 del proprio statuto ed ha avocato a sé una parte delle competenze che la legge stessa assegnava le province. Nel caso di questo ente è noto che nel 2014 (L. 56) non è più elettivo, è stato privato di diverse competenze e funzioni e il personale amministrativo sul quale può contare si è ridotto a un terzo del precedente. Una legge pensata per ridurre la spesa pubblica per le province ma, per quanto riguarda Belluno, l’obiettivo non è stato raggiunto perché dal 1920 al 1924 le entrate di cassa sono aumentate del 70% e le spese sono diminuite del 12%. Il caso di Belluno potrebbe essere eccezionale ma le entrate e le spese delle altre province, e dal 2015 delle città metropolitane, hanno tutte subìto incrementi pari al 26,6% delle entrate e del 64% delle spese. Se l’obiettivo della legge del Rio nel riformare le province era quello di ridurre la spesa pubblica determinata da questi enti non è stata raggiunto e quel provvedimento è stato fallimentare. Perciò un esecutivo nazionale intelligente dovrebbe ripristinare l’elettività di questi enti almeno per quanto riguarda le province montane altrimenti questa debolezza intrinseca rischia di accelerare i fenomeni di involuzione economica e sociale di questi territori.
Quale ruolo hanno i settori economici per la tenuta della nostra provincia? Considerato il calo della popolazione, quali politiche si dovrebbero adottare?
I settori economici privati sono i pilastri dello sviluppo economico in provincia di Belluno; in ordine gerarchico riguardano le manifatture, il turismo e le imprese che producono servizi (alle imprese e alle persone). Vi è un quarto settore produttivo che certamente non è un pilastro economico ma è essenziale per la stabilità della popolazione e per la manutenzione del territorio montano che è l’agricoltura. La riduzione della popolazione residente, in particolare le classi di età più giovani che formano il corpus più rilevante degli attivi, ha gravemente danneggiato il ricambio generazionale nelle imprese commerciali e in quelle artigiane. Un altro elemento che ha determinato il declino delle imprese è indubbiamente la presenza di alcuni poli industriali particolarmente attrattivi di manodopera che hanno ridotto la disponibilità ad esercitare attività di impresa in settori come l’artigianato e il turismo. Nel valutare questo aspetto si consideri che le proiezioni sulla popolazione residente prevede un calo di altre 7.516 unità entro il 2031.
La riduzione delle imprese commerciali e agricole in provincia di Belluno non è un fatto contingente ma strutturale legato strettamente alla riduzione degli attivi disponibili ad esercitare l’attività imprenditoriale. Pertanto, misure spot per affrontare questo problema sono del tutto inutili. Andrebbe invece affrontata con vigore e visione un’analisi delle prospettive della manifattura e dell’agricoltura di montagna che non possono seguire i modelli veneti pena la loro estinzione.
Se indirizziamo la variazione delle imprese attive e dei residenti attivi ponendo i dati del 2000 pari a 100 i residenti sono giunti a un indice pari a 94 mentre le imprese sono scese a un indice pari a 82. Ciò significa che vi è una correlazione rilevante tra la variazione della popolazione residente, in particolare quella attiva realmente disponibile al lavoro, e il numero di imprese attive. La cosa non deve stupire poiché gli imprenditori sono circa il 10% dei residenti se calano i secondi necessariamente scendono anche i primi. Possiamo quindi dire che è un fenomeno strutturale di lunga durata e anche un fenomeno diffuso in tutto il territorio indipendentemente dalla presenza di molte o di poche imprese e indipendentemente anche dal ramo di attività da esse esercitato. Ciò significa che assieme a un calo della popolazione, endemico e difficilmente modificabile, vi è una crisi strutturale di tutto il sistema produttivo provinciale. Questa fragilità espone il sistema a gravi conseguenze nel caso in cui gli scenari dei mercati internazionali, dai quali dipendono i due terzi delle produzioni vendute bellunesi, subissero ulteriori sconvolgimenti dettati dalle tariffe e dazi reciproci che la politica americana ha messo in moto.
Va inoltre considerato che in provincia di Belluno il calo delle imprese attive ed artigiane è un fatto che riguarda tutti i comuni ad esclusione di cinque comuni montani in cui piccolissime variazioni nel numero di imprese si traducono (per la congenita esiguità delle stesse) in variazioni percentuali amplificate rispetto al loro reale valore. È infine, opportuno ricordare che le uniche province del Veneto in cui avviene una variazione negativa sincrona dal 2000 al 2022 della popolazione e delle imprese attive sono solo Belluno e Rovigo e, per quanto riguarda la variazione delle imprese, queste due province hanno gli indici più negativi pari al -14,1% e al -13,4% contro una media veneta del -5,7%.
Ciò che è necessario fare e riprogrammare il futuro rivedere la struttura produttiva creando alternative favorendo nuovi insediamenti. Questa parte del programma ha evidentemente bisogno di due elementi essenziali. Il primo di questi è avere un organo di governo provinciale riconosciuto ed autorevole da tutte le altre istituzioni provinciali, se gli enti e le comunità andranno ad affrontare la sfida dei prossimi trent’anni in ordine sparso essa è già persa in partenza. Il secondo è indubbiamente la necessità di rivedere le politiche immigratorie perché nel breve periodo il cambiamento del costume riproduttivo non sarà in nessun modo sufficiente per garantire la produzione dei circa 15 attivi disponibili al lavoro per mantenere gli attuali livelli produttivi. È evidente che senza una politica mirata a ricercare e consolidare la presenza di un flusso immigratorio scelto, (non subito come accade oggi) e l’unica strada percorribile. Che poi questi immigrati siano italiani europei o groenlandesi è poco rilevante purché essi arrivino nel nostro paese in possesso di competenze linguistiche italiane adeguate, siano formati in materia di sicurezza sul lavoro, abbiano consapevolezza della disciplina contrattuale e dei diritti del cittadino e venga prevista per loro un’adeguata politica per favorire l’acquisto (o l’affitto) di abitazioni dignitose.
Una fonte strategica di energia rinnovabile presente sulla nostra provincia sono le concessioni idroelettriche. Ritiene sia possibile per la nostra Provincia proporsi come gestore del sistema in vista anche la scadenza delle concessioni del 2029?
Questa è una tipica questione complessa e controversa. Resta il fatto che, nonostante le difficoltà e l’informazione attualmente insufficienti, la provincia come ente e come comunità economica non può restare inerte di fronte all’opportunità di acquisire, partecipando al bando con le opportune forme giuridiche di organizzazione, la titolarità delle concessioni e l’esercizio per gli anni di durata delle stesse a favore degli imprenditori privati che partecipano a questa iniziativa e della comunità locale. Una stima prudente del valore della produzione dell’idroelettrico bellunese oscilla tra gli 800 e i 900 milioni di euro, dai quali deriva un profitto lordo annuale che oscilla tra gli 80 e i 120 milioni di euro. Il sistema idroelettrico bellunese ha molti aspetti critici e però può essere notevolmente migliorato (a partire dallo svuotamento degli inerti nei bacini) e integrato con altre attività di produzione energetica, con il diffondersi delle comunità energetiche, con la gestione dei crediti del carbonio, con l’impulso dato alla produzione diffusa di energia con i sistemi fotovoltaici e con la razionalizzazione e la riduzione del consumo di acqua per l’irrigazione in pianura favorendo un percorso innovativo nel suo uso anche in vista di un cambiamento climatico che rende sempre più siccitosi gli inverni dolomitici. Tutto questo non può essere fatto senza una visione, senza porre al centro degli interessi della comunità bellunese e degli enti che le amministrano questo obiettivo. Vale in ogni caso la pena di provarci perché se si acquisiscono in questa necessaria attività di costituzione di un soggetto in grado di intercettare l’assegnazione delle concessioni qualsiasi sia il soggetto che le otterrà dovrà scendere a patti con una comunità competente e in grado di fornire un’alternativa o di suggerire strade diverse da quella del mero profitto privato. Sarebbe ben strano e un segnale molto negativo che la provincia che produce il 90% dell’energia idroelettrica regionale non avvertisse il dovere etico e sociale di proporsi come gestore di un sistema che è nato e cresciuto grazie al sacrificio di intere vallate e l’imposizione di vaste servitù pubbliche e private. Forse, dopo aver vissuto l’esperienza negativa della Sade è quella privatistica dell’Enel, è il momento di proporre un’iniziativa bellunese che possa essere un vantaggio per gli imprenditori privati investitori e anche per la pubblica amministrazione che finalmente si assume una responsabilità di governance delle risorse che è precisamente uno dei suoi doveri istituzionali.
E.C.





















