Spopolamento Aree Montane: intervista a Marco Bussone
Presidente Marco Bussone, l’Uncem rappresenta i Comuni e gli enti montani italiani lavorando sui temi dell’autonomia locale, servizi essenziali, green communities, ecc. promuovendo politiche per contrastare lo spopolamento e i divari territoriali. Nell’analisi del Centro Studi della CGIA di Mestre trova conferma il dato preoccupante della sfida demografica della provincia di Belluno poiché la popolazione è in calo: da 218.000 nel 1982 a 197.000 nel 2025 con percentuale di giovanissimi (0-14 anni): 10,4%, anziani (65 anni e oltre): 28,5%. e previsioni per il futuro con il calo della popolazione attiva e aumento degli anziani.
Come affrontare il problema della denatalità e dello spopolamento nelle aree montane?
Purtroppo il costante calo demografico è un fenomeno tendenziale a livello italiano e più accentuato nelle aree montane. È un fenomeno complesso che deve essere affrontato complessivamente con un “Nuovo patto Territoriale” tra zone rurali, montane, interne e urbane dove nella transizione ecologica e digitale la montagna deve diventarne protagonista.
Questo problema non deve essere affrontato con delle politiche territoriali d’emergenza, ma bensì con provvedimenti nazionali coordinati, con un approccio strategico che punta su inclusione, infrastrutture digitali, servizi essenziali e valorizzazione territoriale. Si contrasta con delle misure di medio e lungo periodo che potrebbero invertire gli andamenti del saldo naturale della popolazione. Con provvedimenti mirati sui servizi, sull’organizzazione di quelli locali, con scuole, servizi sanitari e assistenziali adeguati così da intercettare nuove persone che vogliono trasferirsi in territori che offrono qualità di vita migliori di altri contesti. Il Rapporto sulla montagna dimostra che dove ci sono servizi migliori e dove c’è un’organizzazione strutturata degli enti locali, comuni che insieme rispondono ai bisogni di chi potenzialmente vuole abitare lì, o chi già ci abita, hanno risultati migliori in termini demografici rispetto a territori disorganizzati sul piano istituzionale.
Cosa si può fare a livello locale? Cosa pensi dell’accorpamento, della fusione dei piccoli comuni?
In Italia la facoltà di attuare delle fusioni di Comuni esiste da 50 anni, è già stata utilizzata in alcuni contesti, ma non sempre la fusione è una soluzione, o meglio non è una soluzione a tante questioni che riguardano i territori. Io preferisco parlare di riorganizzazione sulla base di Unioni o di Comunità montane, dove ancora esistono o dove si potrebbero anche ricreare, per riorganizzare ambienti locali sulla base di ambiti territoriali, riorganizzare le competenze dei Sindaci e degli amministratori dei comuni. Così come la managerialità in quei comuni, dei funzionari e del personale per come interagiscono e lavorano insieme, i Segretari comunali, gli uffici tecnici, uffici anagrafe e la ragioneria.
La riorganizzazione è un sistema, è l’analisi e la risposta alla complessità. Oggi tutte le imprese, quindi il sistema privato, ci dice che è molto più complesso gestire un’impresa rispetto a decenni fa e la riorganizzazione su basi scientifiche e manageriali è fondamentale per un’impresa che deve stare sul mercato, così vale anche per gli enti locali. Il problema è che questo processo non è un processo che può nascere soltanto dal basso, cioè dai comuni insieme, dai sindaci insieme, è un processo che va guidato dall’alto e io ho sempre detto che il Veneto, quando ha fatto le Unioni e quando ha costruito dei processi, ha fatto una buona operazione di riorganizzazione. Ora bisogna fare ancora di più affinché quelle Unioni che ci sono diventino lo strumento per migliorare i servizi ai cittadini, per efficientare la pubblica amministrazione dall’interno, quindi migliorare gli uffici che grazie all’informatica, all’informatizzazione che oggi è profondamente cambiata rispetto ad alcuni anni fa. Banalmente oggi riorganizzare 4 o 5 Comuni non prevede più come in passato che si sposti tutto il personale in un’unica sede. Il personale può rimanere benissimo nelle sedi dove ha sempre lavorato, in uffici diffusi, chiamiamoli così, che ogni comune ha, riorganizzando il lavoro che il personale fa in sedi diverse su base informatica. Il coordinamento generale, secondo me, dovrebbe essere fatto dalle Regioni che ne hanno le competenze dando delle premialità e la piena attuazione del sistema delle autonomie con una visione nazionale.
Nella provincia di Belluno c’è la contraddizione che nonostante il calo della popolazione le esigenze abitative sono aumentate, in particolare per i nuclei di una persona e per i lavoratori di cui la provincia ha bisogno, italiani e stranieri. Spesso i proprietari non affittano gli alloggi perché non si fidano sulla tutela e restituzione del bene a fine contratto. Cosa fare?
Questo non è solo un problema della provincia di Belluno, è un problema culturale ancor prima che economico anche se bisogna trovare formule di tutela della proprietà. Ad esempio per riqualificare degli immobili che hanno più di 40 anni, servono delle garanzie, dei fondi a copertura almeno delle spese bancarie, quindi servono degli strumenti che il sistema pubblico deve attivare in sinergia con la proprietà e le imprese datoriali. Pur in contesti culturali diversi anche il sistema pubblico potrebbe lavorare su dei co-housing o su delle altre formule di strutture che la Francia ha adottato. Nei prossimi giorni verrà lanciato a Torino un lavoro sulla Val di Susa che permette la condivisione di immobili per chi ne ha bisogno con la ristrutturazione, ci sono delle piattaforme che stanno nascendo così in alcune località di mare. Io credo che su questo entri in gioco la capacità della Regione, in accordo con le associazioni di categoria che operano sul territorio, di fare dei progetti che siano vincenti, che proteggano la proprietà, ma allo stesso tempo mettono a disposizione quei patrimoni immobiliari per chi li vuole.
Probabilmente bisognerà anche riuscire a costruire dell’edilizia convenzionata pubblica nei Comuni montani per consentire alle persone di abitare in quei territori, non perché bisogna cementificare o fare nuovi immobili, ma perché se non ce n’è la disponibilità sta venendo meno il diritto ad abitare. Questo è un grande tema di cui bisognerebbe parlarne maggiormente, ai vari livelli. Considerando il calo demografico la residenzialità è fondamentale per attrarre nuovi nuclei famigliari o personale anche con la migrazione da altre zone geografiche, o extracomunitari, la cui mancanza avrebbe pesanti ripercussioni negative sulle attività produttive, sul turismo, sulla sostenibilità delle piccole imprese e sull’insieme del tessuto sociale ed economico locale.
E.C.

















