Fragilità della provincia di Belluno. Quali le azioni conseguenti?

Ne parliamo con sociologo Diego Cason

Negli ultimi anni è cresciuta nella nostra provincia la consapevolezza della rilevanza dei cambiamenti demografici sulla evoluzione delle comunità dolomitiche, ma non sembra siano seguite azioni conseguenti.
Diego Cason, lei è un osservatore attento delle dinamiche socio-economiche, qual è il suo pensiero nel merito?
Sembra si comprenda che questi mutamenti mettono a rischio il nostro sistema produttivo agricolo, industriale e terziario. Purtroppo, tranne qualche meritevole eccezione, questa conoscenza non si è affatto tramutata in progetti volti a modificare la costante tendenza alla riduzione dei residenti. Forse la leadership politica non ha inteso la portata delle gravissime conseguenze derivanti dall’inerzia o, peggio ancora, da provvedimenti inadeguati. Si rende necessario chiarire questo aspetto, evidenziandone il carattere emergenziale e strategico per lo sviluppo del bellunese nei prossimi trent’anni. Molto spesso la cronaca utilizza le informazioni statistiche, ma lo fa con uno sguardo al contingente e raramente valuta quello che potrà accadere, in base ai fatti conosciuti oggi, nel futuro più lontano di domani. Questo atteggiamento appiattito sul presente, cieco sulle conseguenze delle dinamiche in corso, è un modello del costume sociale, del quale non è corretto assegnare la responsabilità solo alle leadership politiche. Non è ancora stato compreso che abbiamo delle responsabilità nei confronti dei posteri, anche se quest’ultimi non sono in grado di restituire il beneficio ottenuto grazie al nostro agire nel loro interesse.
L’idea di sacrificare una parte del nostro benessere attuale, per garantire ai nostri eredi gli stessi benefici di cui noi abbiamo goduto, nelle società contemporanee è una bestemmia.

Ci può spiegare maggiormente cosa intende?
Il debito pubblico nazionale che continuiamo ad accumulare anno dopo anno, i cui oneri peseranno sui lavoratori per i prossimi cinquant’anni, ha raggiunto i 3.033 miliardi di euro. Considerando che il Prodotto interno lordo del 2024 era di circa 2.300 miliardi di euro, ne consegue che il debito è pari a 1,32 volte il Pil. Ciò significa che la ricchezza che produciamo in un anno non basterebbe a estinguerlo e, se dovesse essere restituito oggi, ogni residente, neonati compresi, dovrebbe contribuire con 51.415 euro, circa 116 mila euro per famiglia. Questo è solo un esempio di come scarichiamo con leggerezza le conseguenze del nostro agire sulle generazioni future.

E nella nostra provincia?
Se ci occupiamo dei mutamenti avvenuti in provincia di Belluno negli ultimi 24 anni si può comprendere come le preoccupazioni sono pienamente giustificate. In questo periodo i giovani da zero a 14 anni sono diminuiti di 5.353 unità pari a una riduzione del 21%, gli attivi, che statisticamente sono le persone da 15 a 65 anni sono diminuiti di 18.161 unità, pari al 13%, L’unico segmento delle comunità bellunesi che registra una crescita di 11.531 unità sono le persone con più di 65 anni con un incremento pari al 28%. In questo modo le persone non attive sono passate dal 47,6% degli attivi al 60%, per dirlo in altro modo, le persone disponibili a lavorare nel 2001 erano i 68% dei residenti nel 2025 sono calate al 63%.

Grafico n. 1 Popolazione residente nelle tre classi di età 0-14, 15-65 e più di 65 anni in provincia di Belluno.

Ciò che effetti ha sul contesto economico e produttivo locale?
La riduzione delle persone attive è il problema più grave per l’economia bellunese. Se si riduce questa parte della popolazione residente si riducono anche gli imprenditori, gli artigiani e i professionisti che sono titolari delle imprese che producono occupazione e ricchezza. Non è quindi un caso che le imprese totali nella nostra provincia dal 2001 siano diminuite del 14%, una percentuale quasi identica a quella che certifica il calo degli attivi. È opportuno ricordare che le imprese artigiane, che sono una parte importante di quelle totali, si sono ridotte del 22% e le partite Iva, che misurano le dinamiche delle imprese dal punto di vista tributario, sono diminuite del 27%. Nel grafico n.1 si può vedere come è avvenuta questa trasformazione della relazione tra attivi e inattivi. Lo stesso bilancio, anche se meno pesante, riguarda sia la realtà regionale sia quella nazionale, questo pone un problema di sostenibilità economica dei costi sociali per garantire i servizi di istruzione per i giovani e di assistenza per gli anziani. Spesso ce lo dimentichiamo ma è la ricchezza prodotta nel paese, e il conseguente prelievo tributario (circa 630 miliardi di euro), che ci permettono di garantire ai cittadini il godimento dei diritti costituzionali. Già ora, per farlo, lo stato italiano deve farsi prestare dagli investitori circa 500 miliardi di euro l’anno che impongono alla finanza pubblica circa 110 miliardi di euro di interessi da pagare, oltre a circa 300 miliardi di euro l’anno per il rimborso dei prestiti accesi in passato. Negli ultimi anni, dopo l’ingresso in Unione europea, ci è andata bene perché il tasso di inflazione è stato per lungo tempo prossimo allo zero, altrimenti, con il peso di questo debito e di questi interessi, l’amministrazione pubblica sarebbe fallita da un pezzo.

Ma com’è potuto accadere questo cambiamento così rilevante ben rappresentato nel grafico numero due?

Grafico n. 2 Variazione percentuale della popolazione residente per anno di età d zero a più di 100 anni in provincia di Belluno.

In questo grafico si vede chiaramente come la popolazione più giovane, da 0 a 48 anni, è diminuita di quasi 32.000 unità, si vede anche l’incremento esponenziale della popolazione più anziana, ovvero superiore agli ottant’anni. In questo grafico non si vede però il risultato di questa variazione. Per farlo è opportuno confrontare la distribuzione per anno di età della popolazione nel 2001 e nel 2025 cosa che è possibile fare leggendo il grafico numero tre.

Grafico n. 3 Distribuzione della popolazione residente per anno di età provincia di Belluno nel 2001, 23011 e 2025.

Se, per ogni anno di età, si valuta il numero di residenti (maschie più femmine di qualsiasi nazionalità) si vede che quelli di età inferiore a 51 anni erano costantemente in numero superiore nel 2001 rispetto al 2025 La differenza misurata dallo spazio che separa la curva blu da quella verde sono esattamente gli attivi che ci mancano. Per gli anni di età superiori a 51 si assiste al fenomeno contrario, ovvero nel 2001 i residenti erano meno di quelli nel 2025. Il grafico ci permette anche di vedere la carenza di attivi che è già evidente adesso ma che si espanderà negli anni futuri. Sappiamo dall’analisi dei dati che dal 2001 al 2025 sono andati perduti circa 18.000 attivi. Oggi mancano circa 1.500 attivi ogni anno per rimpiazzare le persone che smettono di lavorare, avendo maturato l’anzianità contributiva necessaria per farlo.

Guardando al prossimo futuro, che prospettive si stanno presentando?
Già sappiamo che nei prossimi 5 anni ci serviranno almeno 6.000 attivi che non saremo in grado di sostituire con gli attuali tassi di natalità e di immigrazione. Per formare un attivo non basta incrementare le nascite poiché la gran parte dei nati inizieranno a lavorare dopo 19 anni, alla conclusione del proprio ciclo di studi. Potessimo, in modo miracoloso, raddoppiare i 5.669 nati del 2024 potremmo colmare la carenza di attivi, purtroppo lo potremmo fare solo nel 2045 quando il calo degli attivi sarà, più o meno, di 25.000 unità. Troveremo i rematori per l’imbarcazione bellunese solo dopo il suo naufragio.

Come porvi rimedio? Cosa fare?
È evidente che l’obiettivo strategico delle comunità dolomitiche deve essere quello di garantire un flusso immigratorio controllato, che non si limiti a sostituire gli attivi pulsanti (le persone impiegate nel mercato turistico invernale ed estivo che ogni anno assorbe temporaneamente circa 3.000 addetti con contratti a termine). Serve individuare un canale di immigrazione regolare, garantito da condizioni di impiego e di residenza adeguate, per permettere agli immigrati di progettare una propria permanenza lunga nel territorio provinciale. Nello stesso momento bisogna trovare incentivi adeguati a impedire che i giovani bellunesi dopo i loro percorsi formativi abbandonino in via definitiva la residenza bellunese. Questo non è un problema solo nostro poiché i cittadini italiani (nati in Italia) residenti all’estero nel 1922 erano 1.876.000, la loro età media era di 43 anni e il 67% sta in paesi dell’Unione europea. Si consideri che i bellunesi iscritti all’Aire al 1° gennaio 2023 erano 58.000, la metà dei quali è nata all’estero da genitori italiani.

Qual è l’area che maggiormente risente del fenomeno della migrazione?
Per quanto riguarda i comuni bellunesi la migrazione più rilevante in termini percentuali riguarda Borgo Valbelluna dove la percentuale di residenti all’estero sulla popolazione è pari al 39%. Questo è un dato relativo a ciò che è accaduto e che solo in parte è stato alimentato da una migrazione, quello che preoccupa di più è invece l’incremento annuo dei bellunesi giovani che cercano e trovano occupazione all’estero. Coloro che sono già residenti in un altro paese europeo difficilmente ritorneranno in provincia. È più utile concentrarci sugli strumenti idonei per impedire l’emorragia attuale e per diventare attrattivi verso altri giovani, con un percorso di studi completato, che potrebbero considerare la possibilità di costruire un progetto di vita nelle Dolomiti bellunesi. Per farlo è però necessario che l’opinione pubblica sia consapevole che una politica pregiudizialmente contraria all’immigrazione di giovani stranieri è la firma di accettazione del declino irreversibile delle comunità bellunesi, che le espone a un elevato rischio di impoverimento e di colonizzazione.
E.C.