Tra denatalità e ritorno alle origini: il futuro del Bellunese nelle mani dei giovani, di oggi e di ieri
Come noto, la denatalità della provincia di Belluno è un fenomeno già presente da diversi anni ma sta assumendo sempre più aspetti preoccupanti per la tenuta dell’intero sistema sociale ed economico. Se da un lato ci sono giovani bellunesi preparati che “cercano fortuna” andando all’estero ce ne sono altri discendenti di bellunesi all’estero che avrebbero piacere o interesse nel trovare lavoro da noi.
Presidente Oscar De Bona, nessuno ha la bacchetta magica, ma quali potrebbero essere le azioni da compiere per trattenere i nostri giovani sul territorio? Quali interventi e investimenti dovrebbero essere fatti?
È fondamentale creare le condizioni affinché i giovani possano costruire il loro futuro qui, nel Bellunese. Parliamo di lavoro stabile e qualificato, di una rete di servizi efficiente, di una mobilità moderna e di politiche per la casa accessibili. Servono investimenti pubblici e privati, ma anche una visione di sviluppo che tenga conto delle vocazioni del nostro territorio: turismo sostenibile, filiere agroalimentari di qualità, manifattura innovativa e digitale. Bisogna inoltre puntare sulla formazione professionale e tecnica legata alle esigenze del nostro tessuto produttivo. Le istituzioni devono fare squadra con le imprese, il mondo della scuola e le associazioni di categoria. E infine, va rafforzato il senso di appartenenza: i giovani devono sentire che qui possono fare la differenza.
Come si potrebbe intrecciare la disponibilità dei discendenti bellunesi nel venire in Italia con l’esigenza di manodopera da parte delle aziende bellunesi?
È una straordinaria opportunità che, se ben gestita, può trasformarsi in un valore aggiunto per il nostro territorio. Molti giovani discendenti di emigrati bellunesi sono formati, parlano più lingue, e hanno un forte desiderio di conoscere e vivere la terra d’origine dei loro nonni. Le aziende locali, che spesso faticano a trovare personale, potrebbero attingere a questo bacino umano e culturale. Occorre però creare canali strutturati di incontro tra domanda e offerta: percorsi di orientamento, tirocini formativi, progetti di rientro e, non da ultimo, facilitazioni burocratiche. Come Associazione Bellunesi nel Mondo ci stiamo muovendo in questa direzione, ma servirebbe una cabina di regia a livello regionale o nazionale per rendere questo processo efficace e continuo.
Quali difficoltà si frappongono?
Le difficoltà sono diverse. Innanzitutto la burocrazia, che spesso scoraggia i discendenti di emigrati nel loro percorso verso il rientro o l’ottenimento della cittadinanza italiana. Poi ci sono ostacoli culturali e pratici: chi arriva dall’estero ha bisogno di supporto per l’integrazione, per l’accesso ai servizi, per trovare un alloggio e per comprendere il contesto lavorativo italiano. Inoltre, molte imprese non sono ancora pronte a valorizzare appieno profili con esperienze internazionali. Serve quindi un lavoro sinergico tra pubblico e privato, e serve anche una riforma seria e lungimirante sulla cittadinanza. Purtroppo, finora, molte delle proposte avanzate in tal senso non sono state ascoltate.
Che la richiesta della cittadinanza italiana iure sanguinis andasse meglio regolamentata era evidente stante che vari Comuni della nostra provincia, e in varie località italiane, sono intasati da queste pratiche e fascicoli.
Da tempo lei suggeriva soluzioni e proposte concrete per superare questo problema con delle modifiche alla legge per la richiesta di cittadinanza italiana che, purtroppo, non sono state accolte.
Nel frattempo il 28 marzo scorso è stato approvato il Decreto-Legge nr.36 che pone limiti alla trasmissione automatica della cittadinanza iure sanguinis.
In sintesi, cosa comportano le restrizioni introdotte da questo Decreto Legge?
Esatto, da anni sosteniamo che la legge sulla cittadinanza andasse rivista per garantire serietà, trasparenza e soprattutto tempi certi. I Comuni si trovano sovraccarichi, a fronte di un fenomeno che è cresciuto esponenzialmente, soprattutto in Sud America. Le nostre proposte puntavano a una riforma che introducesse requisiti come un test di cultura e lingua italiana. Invece si è arrivati a un Decreto-Legge che, di fatto, chiude molte porte, senza risolvere il problema alla radice. È un’occasione persa, perché si poteva intervenire con razionalità e giustizia, valorizzando chi vuole realmente tornare a essere parte attiva della nostra comunità.
Il Decreto-Legge 36 del 28 marzo introduce limiti stringenti alla trasmissione della cittadinanza iure sanguinis, ponendo un termine temporale retroattivo e nuovi criteri restrittivi. Questo significa che molti discendenti di italiani all’estero, anche se legati affettivamente e culturalmente al nostro Paese, non potranno più richiedere la cittadinanza. È un cambio di rotta radicale, che rischia di compromettere i rapporti con le comunità italiane all’estero e di privare l’Italia di energie fresche e motivate. Comprendiamo l’esigenza di evitare abusi, ma la soluzione non può essere una chiusura netta. Serve equilibrio: selezionare sì, ma includere chi ha davvero l’intenzione di contribuire alla rinascita dei nostri territori.
E.C.

















